Asia Thailandia

Le donne giraffa a Chiang Rai: la Thailandia che mi lascia perplessa

lunedì, novembre 23, 2015Manuela Vitulli


La Thailandia, assieme alla mia Puglia, è sicuramente l'argomento più trattato su questo blog.
Ho scritto tantissimo, ne ho evidenziato i pregi e tutti i motivi che mi spingono a tornare e ad amare così tanto questo Paese.
A volte, però, bisogna tirar fuori dal cassetto anche altro. Ed è per questo che tempo fa vi ho parlato di quella che io reputo la Thailandia senza edulcoranti. Un articolo generale in cui ho volontariamente omesso quello di cui vi parlerò oggi: le donne giraffa. Una realtà di Chiang Rai che mi lascia tuttora perplessa.


Ho omesso l'argomento perché non sapevo se ne avrei mai parlato qui.
Non sapevo se sarebbe stato giusto parlarne, né se avrei trovato le parole giuste per farlo.
E le parole giuste non ci sono ancora, non ci saranno mai.

Le donne giraffa si trovano al confine tra Myanmar e Thailandia.
Poter visitare il loro villaggio è sempre stato uno dei miei desideri, da quando vidi un documentario una decina di anni fa. All'epoca credevo che quella delle donne giraffa fosse semplicemente una tradizione. Non potevo immaginare che quella tradizione, trasferita in Thailandia, potesse celare uno sfruttamento.

Finché l'anno scorso mi sono imbattuta nel post di Stefania. E da allora le mie convinzioni hanno iniziato a vacillare.
Le donne giraffa non sono thailandesi, ma vengono dal vicino Myanmar. Si tratta di donne fuggite dal loro Paese in cerca di un lavoro, in cerca di denaro (fonte: Repubblica.it).
Arrivate qui, al confine, molte di loro sono state indotte ad indossare degli anelli a scopo commerciale, divenendo così una delle attrazioni turistiche più redditizie del Paese. Incluse nei pacchetti di quasi tutte le escursioni locali. Anche nel mio.

E nonostante l'indecisione, nonostante la lettura del post l'anno prima, la curiosità ha avuto la meglio.
Non sono riuscita a resistere alla possibilità di poter vedere queste donne con i miei occhi, di poter valutare da sola se quanto si dice è vero.
Prima di entrare ho voluto chiedere alla mia guida: "Ma queste donne sono felici? Sono felici di indossare gli anelli?" quasi come per darmi un'ultima chance.
Se lui mi avesse risposto "Non sono felici, sono costrette a farlo", io non sarei andata oltre.
Ma la guida non l'ha fatto - e lo sapevo.
La sua risposta è stata: "Loro sono felici, sono felici di indossare gli anelli. Si tratta della tradizione" - e mentre parlava sorrideva.
Sono andata oltre, mi sono avviata verso il villaggio.

Prima di arrivare alle donne giraffa, ho camminato tra due file di bancarelle con una miriade di gingilli in esposizione. Bracciali, borse, collane, anelli..
Tutto lasciava presagire un'amara realtà: il villaggio non è altro che una trovata turistica attorno alla quale è stato costruito un vero e proprio business.


E poi le vidi. Rintanate in una ventina di bancarelle disposte a ferro di cavallo.
Tutto era eccessivamente preparato, eccessivamente ordinato, eccessivamente perfetto.
Le bambine con il rossetto color pesca, le ragazzine con gli occhi segnati dal kajal che lascia comunque trasparire la loro profondità.
Ho visto tristezza?
Non ne sono sicura. Non posso affermare con certezza che queste donne erano tristi.
Ho visto rassegnazione, ma ho visto anche sorrisi. Ho visto gentilezza, sicuramente esasperata nell'intento di vendere la merce esposta sui banchetti.
Ragazze che potevano avere la mia età soffocate dal peso degli anelli.
Tutte donne bellissime, così belle che non sono riuscita a non immortalarne alcune.
Nessuno scatto rubato, ognuna di loro sapeva bene di essere lì per quel motivo. Per farsi fotografare, per mettersi in posa, per regalare un ricordo al turista.
La prima, la seconda, la terza, la quarta foto.. finché mi sono detta "Che sto facendo? Voglio davvero fotografare queste ragazze che indossano anelli solo per compiacere noi farang e coloro che le controllano?"
Ho messo via la reflex. E mentre gli altri continuavano a scattare ho iniziato a sentirmi oppressa tra quel mucchio di vetrine camuffate da bancarelle. E sono andata via col mio ragazzo.

Cosa mi ha lasciato questa esperienza?
Ho visto con i miei occhi quello che mi incuriosiva da anni, senza che questo abbia apportato una ricchezza né un valore aggiunto al mio bagaglio culturale.
Qualcuno mi ha detto che, boicottando questo villaggio, queste donne non sarebbero più un fenomeno da baraccone ma allo stesso tempo non saprebbero come guadagnarsi da vivere.
Molto difficile giudicare, non è da me sentenziare su qualcosa che non conosco a fondo.
Come sempre questo è solo il mio punto di vista. Una voce tra milioni di voci.

Mi ha colpito una frase.
"Quando il Myanmar diventerà un Paese democratico tornerò" dice una di queste donne nella video intervista su Repubblica.it.
Adesso che il Myanmar è diventato un Paese democratico - mi chiedo - queste donne riusciranno a liberarsi degli anelli e tornare a casa?


Quanto è difficile essere turisti consapevoli?
Quanto è difficile saper dire no alla curiosità, alla sete di scoprire, vedere con i propri occhi?
Quanto è difficile trovare la verità in un turismo che rischia di diventare una becera riproduzione della realtà?






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33 commenti

  1. Ciao Manuela, sarebbe stato 'strano' che tu non ne parlassi nel tuo blog per i motivi che hai detto all'inizio e cioè che per te la Thailandia è come la Puglia, le ami entrambe. Ora però mi è sorto un dubbio; io mi ero fatta l'idea, un'idea forse ancora più crudele, che a queste donne mettessero i cerchi al collo già da bambine e che le facessero crescere con quelle in quanto non gliele toglievano mai e sarebbe stato impossibile per loro sfilarsele. Non è quindi così?

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    1. ciao Amina :) proprio come hai scritto, le bimbe diventano "long neck" da bimbe, ma a quanto pare le donne che arrivano in questo villaggio non erano tutte donne giraffa prima di arrivare. Questo "lavoro" risulta essere un compromesso per guadagnare qualcosa. Sul video de La Repubblica (ho inserito il link nel post) ci sono approfondimenti.

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  2. Un post per le donne, scritto da una donna.
    Sono arrivata alla fine con gli occhi lucidi e io spero di trovarle davvero in Myanmar durante il mio viaggio, a casa loro, senza costrizioni.
    Come hai detto tu, non abbiamo le basi per giudicare qualcosa che non conosciamo a fondo, possiamo solo seguire l'istinto e tu hai fatto bene a seguire il tuo :) brava!

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    1. sono curiosa di leggere le tue considerazioni in Myanmar.
      Grazie amica! :)

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  3. Difficile dare risposte alle tue domande. Ma forse per loro allungarsi il collo è come riuscire a perdere 10 chili in una nostra dieta. Un po' di sacrificio, ma alla fine siamo felici di essere diventate quello che volevamo diventare. Il punto sta proprio qui: siamo felici alla fine della trasformazione?

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    1. non lo so, sarebbe bello parlare loro senza barriere né condizionamenti :)

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  4. Manu, ciao (che non è il nome del cantante :p), un post che contiene una riflessione davvero tosta.
    Tradizione e cultura, possiamo estendere questa cosa davvero a tanti altri aspetti... ad esempio, è giusto fare da spettatori a una corrida?
    Eppure funziona così, e hai detto bene: cosa resterebbe a queste donne se la gente boicottasse? Ormai è un sistema comprovato e funzionante, bisognerebbe solo smettere di crearne di nuove e lasciar "morire" le attuali...

    Moz-

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    1. Manu ciao (questo è stato il mio incubo per anni!) :D
      Hai ragione, bisognerebbe far morire gli attuali sistemi e smettere di crearne di nuovi.
      Ma come?

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  5. Come faccio a non ritrovarmi nelle tue parole?! :) Ci si può impegnare ad essere turisti consapevoli ma non si può mai sapere fino a che punto sia giusto arrivare.
    Noi viaggiamo e in ogni avventura ci affidiamo nelle mani di chi ci fa conoscere un determinato paese, una certa situazione. Oltre non possiamo arrivare, possiamo solo raccogliere tante informazioni e fare Tesoro delle nostre esperienze. Uniche, quello sì, ma di sicuro non verità universali. :)
    Baci!

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    1. questo post l'ho scritto un po' anche per te, che ero curiosa di leggere la mia opinione a riguardo.
      E hai visto, sono d'accordo con te, come spesso accade :)
      Baci Stefy!

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  6. Ciao Manuela, giusto due settimane fa sono stata proprio in questo villaggio. E anche io come te avevo molte domande a riguardo. Sono andata e ho visto con i miei occhi queste donne. Come dici tu hanno i loro banchetti e cercano di vendere la loro merce. Ho chiesto alla mia guida se queste donne erano costrette a mettersi gli anelli. Lui mi ha risposto di no, una volta come tradizione lo erano ma oggi non è più così. Loro posso decidere se portare avanti questa transazione o proseguire la loro vita. Nel villaggio ho visto bambine senza anelli. Sono andata via dal villaggio con un idea diversa. Certo posso anche non credere alla guida, ma non penso mi abbia mentito. Comunque una cosa sicura c'è, oggi le donne che decidono di mettersi gli anelli non lo fanno più per tradizione, ma per scopi legati al turismo. Spero davvero che queste donne possano decidere da sole.

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    1. anche io!
      Grazie per il tuo prezioso contributo!

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  7. Ciao Manuela, nel visitare il villaggio (lo stesso, ho scambiato due parole con la signora della terza foto) delle long neck avevo le tue stesse perplessità ma ero allo stesso tempo curiosa e nonostante la guida anche a noi abbia raccontato che non c'è costrizione e bla bla bla e molte di loro non dico che fossero felici, ma sembravano comunque serene, ma in altre c'era come una sorta di rassegnazione nello sguardo... ad un certo punto mentre scattavo le immancabili fotografie mi sono sentita una specie di "cannibale"
    (Infatti, come scrivevo da me, più che turista consapevole mi sono sentita tanto una turista di m***a...)

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    1. sì, spulciando tra un articolo e l'altro noto che le donne sono sempre le stesse.
      E ho avvertito le tue stesse sensazioni.
      A un certo punto mi sono sentita soffocare e ho smesso immediatamente di scattare foto, cercando più che altro un contatto umano con queste ragazze

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  8. Anni fa vidi anche io un documentario su queste donne in cui si faceva intendere che la loro fosse una tradizione culturale. Non avevo idea che si trattasse in realtà di una vera e propria attrazione turistica... :( Capisco il tuo disagio però: ho provato una cosa simile questa estate a Ground Zero a NY dove decine e decine di turisti si facevano fotografare sorridenti di fronte alle vasche che oggi occupano il posto delle Torri Gemelle. Mi è venuta la pelle d'oca a vedere come anche un luogo di commemorazione sia diventato, a distanza di così poco tempo, l'ennesimo sfondo da foto ricordo. Inutile dire che non ho scattato nemmeno una foto: non me la sono sentita. Quindi capisco il tuo disagio, a maggior ragione perché davanti a te c'erano donne, persone...e non monumenti alla memoria. Grazie per averne parlato!

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    1. purtroppo a volte non esiste rispetto.
      Ancor più in posti come Ground Zero o il Memoriale degli ebrei a Berlino, dove continuo a vedere gente in posa sui blocchi. Senza parole.
      Grazie a te per la tua sensibilità!

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  9. Tanta verità nelle tue parole. Credo che tu abbia fatto bene a girare per il villaggio per farti comunque un'impressione TUA sul luogo che stavi visitando.

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  10. Ciao, Manu. Da giornalista di viaggi con il candido capello sono stata a Mnyamar nel 1984 quando ancora si chiamava Birmania, sette giorni con un'amica per un viaggio meraviglioso di cui ricordo ancora tanti, tantissimi particolari. Questo tuo post, bellissimo per la sua delicatezza e verità, mi racconta un altro pezzo di quel Paese che è scappato dalla propria terra e dalle proprie origini. Fughe per mille e uno motivi che non sta a me, a noi, leggere. Non ne sono capace, come hai giustamente sottolineato. E, con un pizzico di amarezza, ancora una volta mi rendo conto di quanto la nostra fragilità sia palpabile anche così lontano da noi. Grazie.

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    1. Grazie Gloria, è prezioso il tuo commento!

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  11. E' pieno di situazioni così in giro per il mondo. Pieno di uomini e donne da esposizione (e anche animali), che portano avanti tradizioni discutibili per compiacere i turisti. Secondo me è giusto osservare in prima persona per raccontare la propria visione e aiutare anche altri a capire.
    Bel post Manu :*

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    1. La domanda si pone sempre: raccontare o non raccontare?
      Però forse è vero. Sempre meglio parlarne, con i propri occhi.
      Grazie Vale!

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  12. Ciao Manuela,

    immagino sia stata dura trovarsi a confronto con questa realtà, ma ti ringrazio molto per averne scritto. Al di là delle spiegazioni e delle risposte, di cui parli con estrema empatia, hai toccato un punto chiave con le domande. Grazie :)

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    1. Ciao Fiorella, sono io a ringraziare te! :)

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  13. Ho letto tempo fa delle donne giraffa e ti confesserò che mi fanno un pò impressione. Ho letto che anche se qualcuno volesse cambiare non può più farlo perchè la testa crollerebbe :-((
    Interessante tutte le tue considerazioni viene sempre da pensare quando s'incontrano usi e costumi tanto diverse dai nostri.
    Grazie cara un abbraccio e buona serata.

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    1. purtroppo gli anelli creano delle disfunzioni, tra cui l'abbassamento della clavicola e quindi l'apparente allungamento del collo.
      Grazie a te!

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  14. Se gli venissero tolti d'un tratto, morirebbero in pochi attimi, il loro collo ormai totalmente compromesso farebbe cadere la testa a peso morto. Terribile. Non ho mai sopportato queste cose, come anche quegli indigeni con i piatti sulle labbra, sono tutte stupide tradizioni (come le nostre occidentali) che non fanno bene a nessuno, ma io un pò di sfruttamento, ce lo vedo comunque. Magari mi sbaglio, inconsciamente loro vengono sfruttate. Come qui per esempio sfruttano i santi per vendere le cianfrusaglie a loro nome proprio davanti i loro santuari. Schifo.
    Ma ripeto, forse mi sbaglio.

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    1. troppo difficile - per certi aspetti facile - giudicare. Sicuramente non è bello vedere queste donne alla mercé dei turisti, sicuramente queste donne sono uno strumento, ma dopotutto - come scrivi anche tu - queste sono cose che capitano anche da noi. Il turismo della mercificazione.

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  15. Hai fatto bene a scrivere le tue impressioni, anche se immagino ti sentissi combattuta.
    Ci sono situazioni terribili che si alimentano col turismo, che vengono spacciate ai turisti come tradizioni, usi e costumi locali. Come se tutte le tradizioni fossero sacre e intoccabili poi (mi vengono in mente i piedi di loto delle cinesi, tradizione brutale e orribile).

    Comunque hai affrontato l'argomento con garbo e delicatezza, e ti dirò, non so se è una mia impressione, ma quei sorrisi rivolti al tuo obbiettivo mi sembrano sinceri.

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    1. anche a me quei sorrisi sembrano sinceri :)
      Lo sentivo, questione di pelle.

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  16. Sono questi i post importanti, quelli per viaggiatori veri, che vogliono conoscere la gente, la cultura, e non far parte di un meccanismo che sfrutta e imprigiona la gente locale. Ti ringrazio, perché io credevo, come te, che fosse una tradizione. Hai ragione a dire che è difficile da giudicare, boicottando questo villaggio potremmo portar via un lavoro a queste persone, ma forse anche no ... Ci rifletterò su anch'io. Grazie :)

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    1. una linea sottile tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato.
      Grazie Pam, come al solito ti riveli una persona bella e sensibile.
      Un abbraccio!

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  17. Grazie Manuela per la tua recensione!
    Ho pensato un po' se condividere la mia esperienza qui, su questo argomento, e ho deciso che forse può essere utile. Né io né mio marito siamo esperti viaggiatori, per cui nel 2012 ci siamo affidati ad un'agenzia per il nostro viaggio di nozze in Thailandia, anche se con molti dubbi e molte richieste di modificare la proposta standard. Comunque, al villaggio delle donne giraffa ci ha accompagnato una guida locale, una donna. Lei ci ha raccontato che questa popolazione vive lì da rifugiati, che il governo thailandese vorrebbe integrarli, dargli dei documenti, permettere agli uomini di lavorare e ai bambini di andare a scuola, ma che sono loro a non volerlo perché aspettano il momento opportuno per tornare nel loro paese. Quindi vivono così, ai margini di una società, sapendo che la Thailandia vive di turismo, e sfruttando i turisti per vivere. La guida ci ha detto che il costo dell'accesso al loro villaggio viene direttamente consegnato al capo che lo spartisce equamente tra le famiglie; che gli oggetti di artigianato che avremmo visto in mostra erano un'altra loro esigua fonte di guadagno.
    Lei era visibilmente empatica nei loro confronti, quasi in pena per loro. Prima di arrivare là ha acquistato dei dolcetti che ha dato a tutti i bimbi.
    Noi tutti turisti eravamo un po' in imbarazzo, come se camminassimo sulle uova, timorosi di offendere.. La situazione era un po' strana, ma non è l'unica volta che l'ho vissuta in quel paese!
    Riguardo ai cerchi la guida ci ha spiegato che un tempo era una tradizione obbligata, ma che adesso potrebbero scegliere di non indossarli se non ché rappresenta per loro segno di bellezza. Le bambine desiderano indossarli come le loro madri e le loro nonne. E si offendono se i turisti non le fotografano..!
    Non so dirti dalla mia poco esperienza se erano informazioni pilotate ad uso e consumo dei turisti, posso dirti che la guida mi sembrava sincera, così come i sorrisi di queste persone.
    Cosa ne pensi?
    Carlotta

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